TOMBOUCTOU: manoscritti salvati dalla sabbia


Gli specialisti stanno cercando di salvare dall’insabbiamento  migliaia di manoscritti, preziosa testimonianza del  fiorente passato della città.

Timbuktu era più di un semplice fulcro commerciale delle carovane Tuareg che trasportavano  sale, oro e schiavi del sud per l’Egitto e il Marocco: esso era anche il centro intellettuale dell’islam in tutta l’Africa occidentale. Migliaia di manoscritti sono oggi minacciati dall’insabbiamento della città. Specialisti provenienti da tutto il mondo stanno lottando per salvarli, per non far scomparire questa preziosa testimonianza di una cultura una volta fiorente.


Le biblioteche del deserto

Tesori dimenticati sotto la sabbia

C’è un tesoro sotto la sabbia del Sahara e del Sahel: non è oro, eppure un tempo era considerato talmente prezioso da essere scambiato con l’oro, non è petrolio o acqua ma è comunque un patrimonio importante per il territorio e la sua gente. Si tratta di libri: decine di migliaia di manoscritti antichi disseminati nel Marocco sahariano, in Mauritania, nel Mali, in Niger e conservati nelle “zaouia” (centri di cultura tradizionale e insegnamento islamico), nelle moschee, in biblioteche, in case private di famiglie borghesi o persino in grandi bauli presso gli accampamenti nomadi. Le loro pagine logore e a volte lacere, rovinate dalla sabbia o dalle termiti, spesso ammassate in vecchi scaffali o ammucchiate in contenitori poco adatti allo scopo, sono testimonianze di circa dieci secoli di storia e cultura in città oggi povere e aggredite dal continuo avanzare dal deserto ma, in passato, fiorenti centri di scambi commerciali e intellettuali. Le chiamano “biblioteche del deserto” e contengono testi di vario genere, alcuni anche rari e di grande valore; ma più che il clima (molto secco, quindi sostanzialmente non dannoso per la loro conservazione) a rovinarli per sempre rischia di essere la trascuratezza degli uomini, soprattutto di coloro che avrebbero i mezzi finanziari per provvedere alla loro tutela.

A gettare una luce su questa realtà ha contribuito l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura), che nel 1996 ha incluso le quattro antiche città mauritane (ksour) di Ouadane, Chinguettì, Tichitt e Oualata nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità con la seguente motivazione: “Costituiscono esempi eccezionali di insediamenti creati per servire le importanti rotte carovaniere del deserto del Sahara e sono state testimoni per molti secoli di contatti economici, sociali e culturali”. Se infatti oggi la Repubblica Islamica di Mauritania è un Paese totalmente desertico con una delle più basse densità di popolazione al mondo (3,1 abitanti per chilometro quadrato), dall’XI secolo (era cristiana) fino a poche centinaia di anni fa è stata crocevia di persone e merci, in quanto metteva in comunicazione le sponde del Mediterraneo con l’Africa subsahariana, ed era ricca di oasi, palme e cittadine attive e fiorenti.

“Il Sahara è un oceano di sabbia che mercanti e esploratori seppero attraversare molto prima dei mari e (…) per due millenni è stato il trait d’union indissolubile tra popoli di culture diverse e distanti che comunicavano attraverso le piste carovaniere” ebbe a dire il presidente-poeta senegalese Léopold Sédar Senghor ad Attilio Gaudio, giornalista ed etnologo scomparso nel 2002, autore di “Mauritania: alla scoperta delle antiche biblioteche del deserto”. “Lei conosce come tutti noi il monito del grande filosofo e letterato Amadou Hampaté Ba – continuò il leader politico – secondo il quale in Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia. Io aggiungo che, quando a Chinquettì o Timbuctù una biblioteca brucia o si disperde, è la memoria di mille vecchi che scompare”.

In particolare a Chinquettì, considerata il settimo luogo sacro dell’Islam e la capitale morale e spirituale della Mauritania, c’è la più alta concentrazione di manoscritti del Paese e la maggiore biblioteca privata del mondo mauro. Fondata nel XVIII secolo da Sidi Mohammed Habott, è oggi proprietà del ricco uomo d’affari suo discendente, Sid’ Ahmed Ould Habott, ed è gestita dalla Fondazione Habott, nata nel 1986 con finanziamenti della famiglia stessa e il contributo di ambasciate e organizzazioni non governative straniere. È un vero tesoro di circa 1.400 volumi tra manoscritti originali, copiati o stampati, che affrontano i temi più diversi: dalla teologia alla linguistica, dall’astrofisica alla poesia, dall’epica alla matematica, dalla medicina all’algebra, dall’economia fino alle scienze naturali e alla letteratura. La “perla” è un testo sulla legge islamica del filosofo arabo-spagnolo Averroè, scritto nel XII secolo e ricopiato nel 1400. Solo pochi testi di Averroé, noto in particolare per i suoi commenti ad Aristotele, sono in lingua originale (la maggior parte sono in latino e spagnolo), perciò questo trattato teologico rappresenta una rarità. Del resto gli Habott sostengono di attirare, con la loro biblioteca, persone da tutta la Mauritania ma anche dalla Siria e dell’Arabia Saudita. E non è difficile crederci, se si pensa che un tempo gli eruditi arabi si vantavano di aver studiato a Chinquettì come oggi farebbero gli europei con Oxford o La Sorbona.

Una simile sorte è condivisa dalle altre cittadine segnalate dall’Unesco: Ouadane, che secondo l’etimologia popolare significa “il doppio fiume delle scienze e dei datteri”, fu fondata nel 1147 d.C., e fu celebre e prospera dal XIV al XVIII secolo, fino a quando la desertificazione e l’abbandono delle rotte carovaniere, sostituite dai traffici marittimi promossi dalla colonizzazione, causarono il suo abbandono. Anche qui, in edifici dallo stile essenziale, stipati in librerie improvvisate, giacciono manoscritti in fibre tessili o pergamena, scritti con vari tipi di inchiostro. Tra i testi figurano il Corano, la sua spiegazione e i commenti, le leggi, il diritto e la storia islamici e volumi di grammatica e ortografia della lingua araba.Una simile ricchezza culturale è vantata anche da Tichitt, dove si contano circa 7.000 manoscritti che aspettano di essere “salvati”, e da Oualata, cittadina dove un tempo i copisti, per ogni libro trascritto, arrivavano a chiedere il prezzo equivalente a un dromedario. E ancora Tata, Oualata, Atar: tutti centri mauritani dove gli ulema (dotti e docenti islamici) hanno lasciato il loro prezioso contributo alla cultura del mondo arabo.

In Mauritania il primo, provvisorio catalogo dei manoscritti antichi risale agli anni Sessanta. Se infatti sotto il dominio coloniale francese erano stati fatti pochi e parziali tentativi di catalogazione, dal 1960, anno della proclamazione della Repubblica islamica di Mauritania, si è cominciato a lavorare con maggiore impegno per la valorizzazione del patrimonio. Secondo una ricerca condotta in quegli anni dallo studioso mauritano Mokthar Ould Hamidoun, insieme a un collega svedese e con i fondi dell’Unesco, sarebbero circa 40.000 i manoscritti disseminati per il Paese. Da allora sono state effettuate donazioni e missioni da parte di alcuni organismi internazionali, motivati dalla crescente consapevolezza che, come spiega Graziano Krätli, bibliotecario dell’International Program Support dell’Università di Yale (Usa), “le biblioteche del deserto sono parte delle proprie comunità, dove giocano un ruolo importante come testimonianze di identità culturale e beni di crescente valore per l’economia del turismo”. Lo stesso Krätli, autore di pubblicazioni scientifiche sull’argomento, ricorda che nel 1998 anche un’organizzazione non governativa italiana, Movimento Africa ’70, si è occupata dei manoscritti mauritani con una missione di cui il ricercatore loda l’approccio “olistico e onnicomprensivo”, perché focalizzata su cinque punti: risorse idriche, rimozione della sabbia, manutenzione delle strade, cultura (architettura e biblioteche di manoscritti) e turismo. Dei manoscritti in particolare si occupava il docente universitario Marco Sassetti, esperto di manutenzione e restauro dei beni librari. Tuttavia in generale lo studioso statunitense lamenta la mancanza di “coordinamento e integrazione degli sforzi individuali” tra enti e organizzazioni internazionali succedutisi negli anni, oltre ad indicarne la “visione limitata”. Inoltre sottolinea la mancanza una catalogazione completa di tutti i manoscritti mauritani “la maggior parte dei quali – scrive – sono disseminati in un’area desertica grande due volte la Francia, immagazzinati in condizioni critiche se non allarmanti o letteralmente sepolti sotto la sabbia”.

Simili problematiche interessano altre città-biblioteche in altri Paesi. Ricordiamo Béjaia, in Algeria, Smara (Sahara occidentale), Akka, Tissint e Tamgrout in Marocco, Djenné, città del Mali anch’essa considerata patrimonio dell’umanità dall’Unesco e Agades, in Niger.

Un discorso a parte merita Timbuctù, nel nord del Mali, tra il 1300 e il 1500 polo commerciale e culturale del mondo antico. Talmente ricca d’oro da essere considerata un luogo più mitico che reale, della sua esistenza in Europa si discusse sino al 1806 quando l’esploratore Mungo Park riuscì a raggiungerla, anche se non tornò mai indietro. Ma, oltre alla leggendaria fama di “luogo alla fine del mondo”, Timbuctù se ne è conquistata un’altra altrettanto solida di massimo polo accademico della regione, grazie alla presenza dell’università medievale di Sankoré dove, per centinaia di anni, gli ulema insegnarono tutte le discipline allora conosciute a decine di migliaia di talebani (studenti islamici) affluite dalle diverse regioni del Maghreb e dell’Africa sudanese. Attilio Gaudio spiega che, quando al mercato di Timbuctù arrivavano le carovane dal Nord, la classe colta acquistava i libri del Medio Oriente e del Nordafrica pagando il loro peso in polvere d’oro. E Leone l’Africano (1485-1554), geografo ed esploratore arabo nato a Granada da famiglia musulmana e poi battezzato cristiano dopo l’incontro con Papa Leone X, scriveva a proposito di Timbuctù: “I libri vi si vendono talmente bene che se ne trae maggior profitto che da qualsiasi altra mercanzia”.

Oggi il Centro di documentazione e ricerche storiche Ahmed Baba, creato negli anni Settanta grazie all’aiuto dell’Unesco e del Kuwait, ospita un’eccezionale collezione di decine di migliaia di manoscritti arabi che coprono un millennio di vita intellettuale, alcuni risalenti al secondo secolo. Sono testi sulla legge islamica, ma anche di scienza, astronomia, medicina. Oltre a questo centro, il più importante della città, ci sono numerosi altri manoscritti disseminati in biblioteche o collezioni private. Per salvarli è intervenuta negli ultimi anni l’Università di Cape Town, (Sudafrica), dando la propria disponibilità a fornire esperti e tecniche di conservazione. In realtà, come spiega anche Krätli, non è vero che tutte le biblioteche del deserto sono lasciate alla mercé del tempo e degli elementi: i loro “custodi” africani intervengono come possono, seguendo alcune elementari regole di conservazione, pur non avendo a disposizione gli strumenti tecnici indispensabili al vero e proprio salvataggio. Il problema è che spesso sono anche piuttosto diffidenti nei confronti degli aiuti esterni, probabilmente memori del non facile passato colonialista. E così i libri rischiano di continuare a riempirsi di sabbia.(Luciana Maci)

In Reportage e interviste ai Protagonisti

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